“Salus populi suprema lex esto”

Jannik Sinner è tornato numero uno al mondo trionfando a Parigi, da vero campione. Ma ciò che lo distingue non è solo il risultato, bensì il modo in cui lo ottiene. Non si esalta nella vittoria, non si abbatte nella sconfitta.

In un’epoca dominata da apparenza, arroganza ed esaltazione, Jannik incarna l’umiltà operosa e riporta lo sport alla sua essenza: disciplina, silenzio, sacrificio e forza interiore.

In Italia si tende spesso a invidiare il successo altrui, mentre altrove si celebra come esempio. Celebrare non significa esaltare, ma riconoscere un modello da promuovere.

Non urla, non provoca, non cerca la scena: lavora. Non gioca contro l’avversario, ma contro il proprio limite.

La sua vittoria non nasce dal desiderio di apparire, ma dal desiderio di eccellere in ciò che fa e ama. Ci ricorda che la vittoria non sorretta da rispetto e impegno è sterile, mentre la sconfitta, se affrontata con coraggio, è maestra di vita.

Come lui stesso afferma, “non si può piacere a tutti”. È logico. Ma molte delle critiche che ha ricevuto sono state ingiuste.

Lo accusano di parlare tedesco, dimenticando che è nato e cresciuto in Alto Adige, terra d’Italia dove vi è il bilinguismo. Lo accusano di vivere a Montecarlo, ignorando che quella scelta risponde alle esigenze di un atleta che si allena ai massimi livelli, come fanno numerosi campioni del circuito – da Djokovic a Berrettini, da Musetti ad altri. Lo accusano perfino di non giocare sempre per la nazionale, ma il suo contributo è stato decisivo nella conquista delle ultime due Coppe Davis: due delle sole tre vinte dall’Italia in tutta la sua storia.

Costoro sono pronti a gettare fango nel tentativo di distruggere ciò che non riescono a eguagliare. La sua risposta è il silenzio, la concentrazione, il lavoro. E quando torna in campo, lo fa per vincere – e l’Italia ne raccoglie onori e benefici.

Jannik porta prestigio al Paese e al movimento tennistico italiano: è motivo di orgoglio nazionale. Grazie a lui, il tennis italiano vive un risveglio. Le scuole si riempiono, i giovani lo imitano.

Al contrario delle celebrità dei social, che inseguono la notorietà nell’effimero, egli costruisce sé stesso e contribuisce a costruire gli altri. Chi guarda a Jannik non desidera apparire, ma migliorarsi e crescere. Questo è il suo lascito più grande: un investimento silenzioso ma potente, che educa i giovani ai valori autentici attraverso l’esempio.

Ciò che rincuora e spazza via la cattiveria e l’invidia di una piccola minoranza è la moltitudine che ne riconosce il valore e la portata.

Jannik è ciò che lo sport, e la vita stessa, dovrebbe tornare a essere: un cammino di crescita interiore fondato sui valori, sulla passione, sul coraggio di superare i propri limiti e sul rispetto del lavoro di squadra. Perché Sinner non vince mai da solo: riconosce sempre il valore del suo team, consapevole che ogni traguardo nasce dall’unione di forze, competenze e fiducia reciproca.

Ha ricordato a un Paese distratto che la grandezza non si proclama, si dimostra; che il successo non si esibisce, si costruisce; che la vittoria non è il fine, ma la prova del merito.


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